C’era una volta Roscigno….

un borgo medievale nascosto alle pendici del monte Pruno, con una grande piazza e una chiesetta settecentesca, una fontana, le botteghe e i bar. Era abitato da contadini e pastori, calzolai e fabbri, e non mancavano i “don”. Un piccolo paesino paragonabile a tanti altri, ma solo fino al 1902, quando il pericolo di una frana costrinse gli abitanti a trasferirsi un po’ più su. Da quell’anno, Roscigno divenne un borgo unico, speciale e abusivo, come l’unico abitante che ostinatamente continua a viverci.

Perché una volta c’era Roscigno, ma c’è ancora!

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Roscigno Vecchia è Patrimonio dell’Unesco. Nel 1982 Onorato Volzone, giornalista de Il Mattino, l’aveva definita la “Pompei del 900”. Visitare questo piccolo borgo segreto significare visitare un luogo e un tempo che ormai non ci sono più!

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Arrivati a Roscigno Vecchia, un cartello annerito dal tempo ci ha avvisati di non avvicinarci imprudentemente ai fabbricati esistenti. La prima sensazione è stata quella di visitare un paese fantasma. Le case sono incravattate da travi che le sorreggono e c’è un silenzio surreale. Abbiamo osservato queste case in pietra a lungo, soffermandoci sulle porte e le finestre rotte che sembravano voler crollare su loro stesse da un momento all’altro. Abbiamo camminato lungo le strade del paese e ci siamo sentiti un po’ spaesati. Ma appena siamo riusciti ad intravedere la piazza, tutto è cambiato: siamo stati semplicemente colpiti da una piacevole sensazione di meraviglia.

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A darci il benvenuto abbiamo trovato Giuseppe Spagnuolo, dal 1997 custode-sindaco-muratore e unico cittadino di questo borgo incantato e fuori dal tempo. Egli stesso ama definirsi “libero e abusivo”: il nome/aggettivo “libero” lo usa come secondo nome tra il nome di battessimo e il cognome; abusivo perché vive in un borgo dove non potrebbe vivere e lo fa in un modo estremamente semplice.

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Giuseppe ci ha accolti come se non stesse aspettando altri che noi, con la sua lunga barba bianca, i suoi occhi sorridenti, l’inseparabile pipa tra le labbra. “Vedete che spettacolo? Io lo vedo tutti i giorni ed è sempre bello! Venite, vi faccio capire chi viveva qui. Venite a capire la fatica e il sudore di chi abitava qui!” Ed è pronunciando queste parole che ci ha portati con lui a visitare il Museo della Civiltà Contadina.

Il museo si trova in alcuni locali restaurati dell’antica canonica e del vecchio comune ed è il primo di questo genere in Campania. Allestito da Maria Laura Castellano negli anni ’80, è suddiviso in sei sale dove, attraverso foto e didascalie, vengono rappresentati i sei cicli lavorativi tipici della zona. Gli oltre 50 pezzi recuperati negli anni raccontano del ciclo di vita dell’uva e del vino, di quello dell’allevamento e della produzione del formaggio, dell’olivo e dell’olio, della lavorazione dei campi, del grano e del pane.

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Una volta visitato il museo, Giuseppe Libero Spagnuolo ci ha invitati a visitare la sua casa. Abbiamo aggirato la fontana, salutato i suoi gatti che lo aspettavano sulle scale di casa, e superata una piccola porta in legno -che lui lascia sempre aperta – ci siamo trovati di fronte un piccolo camino annerito, sullo stesso livello del pavimento. Sulla parete sopra il camino campeggiava un calendario del 1903.

Le altre pareti erano ricoperte da peperoncino, camomilla, origano e tante altre spezie messe ad essiccare; su una panca più in basso si trovava del vino per gli ospiti: “qui siamo nel ventre della mucca” ci ha detto Giuseppe.

Nella seconda stanza abbiamo trovato il suo salotto/camera da letto; arredato con una piccola credenza e un lettino, ma soprattutto con un enorme tavolo sempre da sistemare, pieno di lettere e cartoline di persone che scrivono a Giuseppe Libero Spagnuolo da tutto il mondo. Lui ce le ha mostrate orgoglioso, perdendosi nei racconti dei film a cui ha partecipato, della gente famosa e non che ha incontrato nel corso della sua vita. Ed è stato bello perdersi nei suoi racconti: siamo in un borgo che non vuole essere abbondato, ma in questa minuscola stanza abbiamo trovato il mondo.

Ritornando in strada, Giuseppe Libero ci ha offerto un breve tour di Roscigno. Siamo saliti per via Cavallotti: a colpo d’occhio abbiamo notato due case ristrutturate di recente. “Cose da assurditalia” ha commentato laconico Giuseppe Libero Spagnuolo, aggiungendo anche che il nome “Roscigno” deriva da “russignuolo”, termine dialettale che significa “usignolo”. Poco prima di arrivare in piazza, Giuseppe ci ha lasciato alla nostra passeggiata, reclamato da altri turisti.

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Piazza Giovanni Nicotera non è una vera piazza, sembra più una radura. È incorniciata da platani e tigli che emanano un piacevole profumo e non ha un vero e proprio selciato. Sulla destra, leggermente rialzata, si trova la piccola chiesa settecentesca di San Nicola, oggi sconsacrata. Nel prato antistante la chiesa si erge un tiglio dedicato a Dorina: una ex suora che non ha mai voluto abbandonare la sua Roscigno.

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Siamo poi scesi per una stradina che costeggia la piazza. Ci si è presentata davanti una vecchia insegna di un bar e un piccolo porticato che conserva ancora un tavolino e delle sedie in ferro battuto.

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La nostra passeggiata è proseguita tra piccole case in pietra con il tetto ricoperto da tegole in terracotta. Le costruzioni sono tutte basse, su due livelli: il piano terra fungeva da stalla e da bagno, mentre il piano superiore ospitava la cucina con il camino e un’unica camera da letto. Qua e là abbiamo notato qualche vecchia insegna di un fabbro e di un calzolaio e su un cornicione bianco di un portone abbiamo intravisto la scritta sbiadita di un negozio di generi alimentari. In un angolo abbiamo riconosciuto un antico abbeveratoio, utilizzato ancora oggi dai pascoli che al tramonto attraversano le strade di Roscigno.

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Ci siamo riposati su una delle tante panchine in ferro battuto, situata poco distante da un vecchio tronco di un olmo che oggi è l’albero della speranza dedicato ad Angelo Vassallo. La targa recita una frase del sindaco pescatore “sono i paesi che fanno il Paese: la vera ricchezza è il posto in cui si vive”.

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Il tramonto è particolarmente magico a Roscigno: i contadini e i pastori popolano la piazza, qualcuno si ferma a giocare a carte, altri solo per una chiacchierata; c’è chi attraversa il borgo su una polverosa jeep e guarda il suo paese con occhi malinconici. E’ questo il momento della giornata in cui Roscigno vive come se fossimo ancora nel 1902.

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Anche noi restiamo qui, a Roscigno e nel 1902: venite anche voi e non abbandoniamola!

Testi e foto di Maria Ilaria Iuliano